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Un vino che prende il nome di chi lo ha coltivato, di chi credeva nei propri sogni.

 

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Antonio Maffeo "Tunin Fejot"

Quando si è davanti ad un calice di vino siamo attenti ad apprezzarne il sapore, l’aroma, la trasparenza ma  bisogna ricordare che quel calice inoltre racconta una storia, una storia iniziata molto tempo prima...

Quel calice rappresenta la personalità, il carattere, ma sopratutto il sogno, della persona che l’ha reso possibile, dal primo impianto della vite e con la cura e la passione di ogni giorno di lavoro.

Il nostro vino vuole mantenere vivo quel ricordo, trasmettendo quel sogno in ogni calice.

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Siamo ad Agliè negli anni 60, quando all’età di 29 anni Antonio Maffeo, soprannominato 'Tunin Fejot", con un futuro di imprenditore edile già ben impostato, e che proseguirà per tutta la vita, ha ancora un altro sogno: coltivare vigneti.

Nato da famiglia contadina, in un periodo dove la terra serviva per sfamare i bisogni famigliari e nulla più, in un periodo in cui la maggior parte delle persone abbandonava la vita di campagna per il lavoro, più redditizio, negli stabilimenti Olivetti, decide di andare controtendenza e investire nella terra e in particolare nei vigneti.

Per quanto riguarda i vitigni da coltivare Antonio decide di mantenere l’uva Barbera, tipica della zona, ma di favorire anche un altro vitigno, all’epoca da molti addirittura malaccetto, il vitigno dell’Erbaluce.

L’Erbaluce è uno tra i più antichi vini Piemontesi, già noto al tempo dei Romani col la denominazione 'Alba Lux' e menzionata successivamente, nel XVII secolo, da vari studiosi che la descrivono come "bianca, risplendente quanto l'alba". Ne è testimonianza l'opera del 1606 di Giovan Battista Croce nel libro “Della eccellenza e diversità de i vini che nella Montagna di Torino si fanno, e del modo di farli” da lui scritto.

Presente nell’elenco dei vini D.O.C. (forse primo tra i vini Piemontesi) nel 2011 ottiene la Denominazione D.O.C.G. con il Decreto dell'8 ottobre 2010, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 248 del 22.10.2010.

 

Denominazione che mantiene tutt’ora come Erbaluce di Caluso D.O.C.G insieme a Erbaluce di Caluso Spumante D.O.C.G e Erbaluce di Caluso Passito D.O.C.G. Questo vino viene prodotto in soli 36 comuni, di cui 32 in provincia di Torino e gli atri nelle province di Biella e Vercelli, come dettato dal rispettivo disciplinare.

Innovativa per l’epoca anche la tipologia degli impianti in quanto sostituisce i pali di legno, di consueto utilizzo, con appostiti pali di cemento, da lui ideati e stampati.

Nella parte alta è posizionata una croce, del medesimo materiale, che permette alla vite di adagiarsi su di essa. Tale sistema permette sia di sfruttare la luce sia di favorire la potatura, è un segno distintivo ancora presente nei nostri vigneti ed è molto apprezzato per la praticità di utilizzo.

La nascita del vitigno dell’Erbaluce è associato ad un antica favola, ambientata sui rilievi dell'attuale Serra Morenica di Ivrea, che racconta della Ninfa Albaluce, figlia del Sole e dell’Alba. Creatura nobile e gentile, nonché di rara bellezza, amata da tutti al punto che per adorarla di dice venisse gente da ogni dove. 

L’avidità dell’uomo stravolgere l’ambiente, cercando di prosciugare i laghi con l‘intenzione di ampliare la superficie di terreno coltivo. Le acque così costrette in un canale si “ribellano” all’uomo travolgendo, durante una piena, l’intera vallata con un ondata di morte. 

I pochi sopravvissuti si raccolgono introno ad Albaluce che, amando anch’essa la popolazione con altrettanto sentimento reciproco, soffre per l’accaduto al punto da piangere, nonché il pianto non fosse proprio delle divinità. Si narra che furono le sue lacrime a trasformare la vegetazione morta in vigorosi ceppi, dai lunghi tralci, su cui pendevano dorati grappoli di bianca uva. Nasce così il vitigno dell’Erbaluce.

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